Chiusi dentro: Hikikomori

Chiusi dentro: Hikikomori

So che probabilmente sto sprecando gli anni migliori della mia vita. Ma semplicemente ho perso interesse nelle persone: non voglio incontrarle, non penso ci sia qualcun altro di valido fuori da questa casa. Voglio restare qui, nella mia stanza. Ed evitare i contatti con il mondo esterno, fino a quando sarà possibile.

Il secondo articolo della rubrica Chiusi dentro ha come tema il fenomeno dell’hikikomori, termine giapponese che letteralmente significa “stare in disparte” e ormai entrato a far parte del linguaggio comune per indicare una grave e prolungata condizione di ritiro sociale (Treccani, 2012).

La citazione sopra riportata è di un ragazzo di 18 anni chiuso in casa da quando ne aveva 14. In un’intervista rilasciata via chat a TPI (2017), ha raccontato della sua decisione di lasciare la scuola e di avere solo relazioni superficiali tramite i social. Questo ragazzo di Latina è solo uno dei 100.000 casi che si stima siano presenti in Italia. In particolare si tratterebbe di giovani dai 14 ai 30 anni, di cui il 70-90% di genere maschile (Crepaldi, 2019).

CAUSE
Molti fattori possono concorrere allo sviluppo della sindrome di hikikomori: temperamentali, familiari, scolastici e sociali. Le cause più rilevanti (Moretti, 2010) sembrano essere le seguenti:

  • timidezza;
  • vergogna;
  • forte disagio all’interno del contesto familiare e sociale;
  • interdipendenza fra genitori e figli;
  • forti pressioni psicologiche esercitate dai genitori sui figli;
  • severità del sistema educativo scolastico (il fenomeno dell’hikikomori si sviluppa solitamente dopo che il giovane ha trascorso un lungo periodo di assenza da scuola);
  • essere vittima di forme gravi di bullismo.

L’incapacità di gestire emozioni come la vergogna o la frustrazione date dal sentirsi escluso dal gruppo dei pari o dal non considerarsi all’altezza delle aspettative di chi lo circonda, potrebbe portare il giovane a vedere come unica soluzione l’isolamento, ossia un allontanamento drastico da ciò che non riesce ad affrontare.

DIAGNOSI E SINTOMI
Ad oggi, l’hikikomori non è presente nei principali manuali diagnostici. Tuttavia, molti autori ne stanno valutando l’inserimento a causa del crescente aumento e della specificità del fenomeno (e.g., Teo & Gaw, 2010).
Come riportato da Aguglia e colleghi (2010), i principali sintomi sono i seguenti:

  • ritiro sociale (una forma di isolamento che, nei casi più gravi, consiste nel chiudersi dentro una stanza per mesi o anni);
  • fobia scolare eritiro scolastico;
  • antropofobia (paura delle persone e dei contatti sociali), automisofobia (paura di essere sporco), agorafobia (paura degli spazi aperti);
  • sintomi ossessivo-compulsivi;
  • idee di persecuzione;
  • umore depresso;
  • sentimenti di autosvalutazione e colpa;
  • pensieri di morte e propositi di suicidio;
  • inversione del ritmo circadiano di sonno-veglia (dormire per ore durante la giornata e svegliarsi la sera, prevalentemente per navigare sul web);
  • comportamento regressivo;
  • comportamento violento (contro i familiari, in particolare verso la madre).

Non essendo disponibili criteri diagnostici, è possibile identificare i pazienti hikikomori solo valutando accuratamente i sintomi riportati ed escludendo altre patologie psichiatriche tra cui: disturbi dello spettro della schizofrenia, disturbi bipolari, disturbi depressivi, disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo e disturbi di personalità (Aguglia et al., 2010).

COSA FARE
Come suggerito da Crepaldi (2018), in prima istanza è possibile aiutare chi soffre della sindrome di hikikomori attraverso questi 8 accorgimenti:

  • Riconoscere la sofferenza: per quanto possa risultare difficile mettersi nei panni di un hikikomori, è importante non etichettare la persona come “bizzarra” o “asociale” ma comprendere che quei comportamenti sono un tentativo di reagire ad un reale disagio.
  • Allentare la pressione alla realizzazione sociale: spesso tendiamo a spronare chi ci sta vicino per stimolarlo a prendersi cura di sé attraverso la ricerca del successo scolastico, di un lavoro, di un partner, di amici. Questi suggerimenti possono, però, spaventare ulteriormente l’hikikomori ed essere vissuti come ansiogeni e inopportuni, portando la persona a vivere anche la propria casa come un luogo non sicuro (e, probabilmente, a ridurre gli spazi di vita alla sola camera).
  • Cercare il confronto: i primi due accorgimenti non devono portare ad un atteggiamento accondiscendente. È opportuno provare, con tatto, a stimolare un dialogo costruttivo in cui entrambe le parti possano esprimere apertamente i propri punti di vista senza avere l’obiettivo di prevaricare idee e convinzioni dell’altro.
  • Interpretare il problema a livello sistemico: il fenomeno hikikomori non è un problema della singola persona che ne soffre. Ognuno di noi è immerso in varie aree di vita, ad esempio la scuola, il lavoro, la famiglia d’origine, le relazioni sentimentali e amicali, gli hobby, ecc. Ognuna di queste può rappresentare un fattore che ha dato origine o che mantiene il problema. Di conseguenza, la responsabilità non è solo di chi ne soffre ma anche delle persone che lo circondano e prenderne atto può aiutare l’hikikomori a sentirsi meno solo nella sua personale battaglia.
  • Responsabilizzare: talvolta viene naturale sostituirsi a chi è poco attivo, a chi non prende decisioni; accade con naturalezza, poiché ci si convince che è più facile non coinvolgere l’altro o perché si ritiene che, in ogni caso, non riuscirebbe a prendersi le proprie responsabilità. Questo atteggiamento infantilizzante rappresenta un fattore di mantenimento al problema. Si crea, infatti, un rapporto interpersonale asimmetrico in cui una persona gestisce la vita di entrambi, non permettendo all’altro di affrontare le proprie paure ed imparare a gestirle e superarle.
  • Essere trasparenti: è importante esprimere il proprio punto di vista, senza sostituirsi all’altro. In molti casi, i familiari possono decidere di cercare autonomamente aiuto e proporre una soluzione a cose fatte. Questo comportamento allontana ancora di più l’hikikomori perché, ancora una volta, non gli viene data la possibilità di prendere una decisione e vive la pressione esterna a cambiare. In primo luogo è importante, quindi, esprimere la propria preoccupazione, proporre e concordare l’eventuale ricerca di aiuto.
  • Spezzare la routine: i comportamenti abitudinari rappresentano una fonte di sicurezza e non possono essere stravolti. Tuttavia, è importante coinvolgere l’hikikomori in piccole attività “nuove” o a cui tendenzialmente non partecipa, al fine di mostrargli che esistono delle alternative altrettanto sicure rispetto a quelle che ha rigidamente selezionato.
  • Focalizzarsi sul benessere: questo ultimo suggerimento è più generale e riguarda tutti i precedenti. È importante ricordarsi che tutto quello che viene fatto per aiutare un hikikomori deve avere il fine di farlo stare meglio, non di farlo ritornare alla vita di prima; quest’altro obiettivo sarà, eventualmente, raggiunto in un secondo momento e con l’aiuto di un professionista.

I genitori che ritengono di avere un figlio con hikikomori possono approfondire l’argomento sul sito hikikomoriitalia.it, costantemente aggiornato e ricco di testimonianze. Inoltre, nel 2017 è stata fondata l'Associazione Hikikomori Italia Genitori, aperta a tutti i genitori e parenti di ragazzi con problemi di ritiro sociale.
Il passo successivo è quello di rivolgersi ad uno psicoterapeuta o ad uno psichiatra che possa valutare il caso e proporre, se necessario, un intervento. La psicoterapia cognitivo-comportamentale e la psicoterapia sistemico-familiare sono i due approcci più indicati; se ritenuto opportuno dal professionista, viene valutata e concordata l’aggiunta di un intervento farmacologico (Teo, 2009).

Dott. Davide Berardi | Psicologo e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale

Riferimenti
Aguglia, E., Signorelli, M.S, Arcidiacono, E., & Petralia, A. (2010). Il fenomeno dell’hikikomori: cultural bound o quadro psicopatologico emergente? Giornale Italiano di Psicopatologia, 16, 157-164.
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders (DSM-5) (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Publishing.
Crepaldi, M. (2018). Come approcciare un hikikomori: buone prassi e comportamenti da evitare. Retrieved on: https://www.hikikomoriitalia.it/2018/06/buone-prassi-hikikomori.html
Crepaldi, M. (2019). I primi dati statistici sul fenomeno degli hikikomori in Italia. Retrieved on: https://www.hikikomoriitalia.it/2019/02/dati-statistici-fenomeno-hikikomori.html
Moretti, S. (2010). Hikikomori. La solitudine degli adolescenti giapponesi. Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza, 4(3), 41-48.
Teo, A.R. (2009). A new form of social withdrawal in Japan: A review of hikikomori. International Journal of Social Psichiatry, 30,1-8.
Teo, A.R., & Gaw, A.C. (2010). Hikikomori, a Japanese culture-bound syndrome of social withdrawal? A proposal for DSM-V. The Journal of Nervous and Mental Disease, 198(6), 444-449.
Treccani (2012). Hikikomori. Retrieved on: http://www.treccani.it/enciclopedia/hikikomori_(Lessico-del-XXI-Secolo)/
TPI (2017). Vi spiego perché da quattro anni vivo chiuso nella mia stanza. Retrieved on: https://www.tpi.it/news/hikikomori-ntervista-italiano-2017060735964/

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